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La Chiesa Arcipretale

Al centro di Longarone, pura nelle sue volute di cemento rosato, si erge la nuova chiesa parrocchiale, opera d’arte di pregevole valore, realizzata dall’architetto Giovanni Michelucci (1891-1990).

È lo stesso luogo in cui, all’indomani del 9 ottobre 1963, l’onda di morte che in un alito di tempo ha cancellato la millenaria storia del paese, lasciava emergere dalla sterile e desolata pietraia il sacro pavimento appartenuto alla chiesa arcipretale del ‘700, consacrata all’Immacolata Concezione di Maria Vergine. Quel “magnifico tempio ... col bianco altissimo campanile” che i longaronesi, dopo secoli di appartenenza e sottomissione alla Pieve di Lavazzo, avevano costruito e abbellito con donazioni della locale Regola e di facoltose famiglie veneziane, ottenendo poi, nel 1799, dal Vescovo e Conte di Belluno Sebastiano Alcaini lo smembramento della Pieve e l’erezione della nuova autonoma parrocchia.

Nel contesto drammatico di morte e distruzione, nella tabula rasa della valle, proprio intorno ai frammenti superstiti dell’edificio scomparso, incorporati come in un reliquiario, si sarebbe modellato, in una inscindibile identità di struttura e forma lo spazio sacro del nuovo tempio.

L’opera-monumento di Michelucci, stupendo monolite di calcestruzzo, giunge a compimento dopo un faticoso e travagliato iter progettuale; i primi disegni risalgono al 1966, la benedizione solenne della prima pietra è del 9 ottobre 1975, la consacrazione avviene il 9 ottobre 1983.

Le ragioni di una gestazione così lenta e sofferta stanno nella complessità e molteplicità dei concetti ispiratori di questo organismo architettonico che risultano di difficile comprensione per la popolazione, fortemente legata allo spazio e alla forma di quello preesistente.

Il maestro di Fiesole è consapevole che “la sciagura di Longarone non è stata un fatto locale ma un avvenimento della situazione dell’uomo perché ha investito il rapporto di dominio dell’uomo sulla natura”.

Perciò lo spazio specifico della sua chiesa deve contenere la testimonianza della tragicità dell’evento e al tempo stesso essere espressione della speranza di rinascita della comunità, nonché ammonimento per le future generazioni.

Deve risultare il frutto di un dialogo con l’ambiente umano e la società tutta in armonia con le disposizioni del Concilio Vaticano Secondo, luogo di preghiera ma anche sublime punto d’incontro tra credenti e non credenti, in un ideale cammino verso la nascita di quella città ecumenica che rappresenta “il più importante approdo della speranza di tutti gli uomini della terra”.

Ecco allora che la ricerca di simbiosi fra la vita religiosa e la vita civile è resa magistralmente dai diversi spazi interni ed esterni che, affacciandosi l’uno nell’altro, si compenetrano e si lasciano percorrere ed esplorare in modo creativo dal visitatore.

L’anfiteatro superiore, a cielo aperto, come una piazza inglobata nella città, predispone al ritrovo dei cittadini per attività culturali e ricreative, mentre l’anfiteatro inferiore introduce all’ascolto della parola di Dio, davanti al sepolcro vuoto del Cristo risorto.

Percorsi e camminamenti a spirale, rampe e gradinate, aule e spaccati improvvisi, sono i “rivoli” di una spazialità che si dilata e si avvolge verso l’alto (ideale salita al Golgota attraverso la Via Crucis) o si raccoglie nell’intimità del sacrificio eucaristico che richiama la Passione del paese distrutto.


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